La bambina a testa in giù – 2 parte

«Chi sei?» Urlò la bambina

L’animale lentamente sbadigliò «Bughi» disse flemmatico «Mi hai svegliato» 

«Ma avevi gli occhi aperti» 

«I bradipi dormono anche con gli occhi aperti» 

«Che ci fai sul mio albero?» Chiese la bambina 

Bughi ci mise due minuti buoni a mettersi appeso al ramo a testa in giù «Questo è il mio albero, non c’è dubbio. Ci sono nato e ci morirò» 

«Starai per sempre lì?» 

«Non ho motivo di lasciarlo… qui dormo e mangio, scendo solo per i bisogni. A proposito sei sdraiata sul mio water» 

La bambina velocemente si mise sulle mani e si allontanò dal punto dove era sdraiata. Il bradipo scoppiò in una fragorosa e lenta risata «scherzavo, è dall’altro lato dell’albero» e chiuse gli occhi

«Ehi ma dormi di nuovo?» 

«Scusa ma devo dormire 19 ore… dove sono le tue zampe?»

La bambina guardò i suoi monconi «Piedi… si chiamano piedi e non li ho, sono nata senza. Cammino sulle mani ma non posso proprio correre e andare dove voglio. Papà vuole regalarmi dei piedi ma ho paura che poi sarà tutto diverso e io ormai mi sto abituando.» 

«Vabbè che importa? Guarda me! Sono lento ma felice» lungo sbadiglio «non ho mai visto altro se non questi rami e sono felice. Mangio solo foglie e sono felice. Non ho neanche bisogno di bere. Sono solo e sono felice.» 

«Che noia!» 

Il bradipo rise nuovamente e la bambina decise di rimettersi seduta per guardarlo meglio. A testa in giù lo vedeva male. Si sentiva offesa e arrabbiata con quell’animale lento e inutile. Non ridere di me, gli disse quasi sul punto di piangere. 

«Devi abituarti! Sei come me! Non puoi certo rimanere tutta la vita sulle tue mani, cosa vedi a testa in giù?» 

«Sei anche tu a testa in giù» 

«Sono un bradipo, è la mia natura. Non mi interessa vedere niente, non mi interessano neanche i miei simili» La bambina guardò i propri monconi «Stai tranquilla, sarai felice come me» 

Tutta la vita su un solo albero, senza vedere altra vegetazione, ingurgitando soltanto foglie, senza conoscere la sensazione della sete placata, senza parlare con qualcuno, chiunque. Senza avere un sogno. E quel bradipo i piedi li aveva, Erica li aveva guardati bene: erano enormi. Avrebbe potuto trovare e scalare alberi più alti e rigogliosi con quegli artigli. 

«Non sono come te, avrei paura ad essere come te. Io sono una bambina curiosa, il mondo mi piace e anche i miei simili. Tipo, la mia maestra è divertente. La mia compagna di banco, quando sua madre le compra le caramelle, ne porta anche per me. Io non sono come te, io posso fare tutto.» Disse la bambina ma il bradipo aveva già chiuso gli occhi addormentandosi. 

Erica allora decise di tornare verso la casa, ad aspettarla trovò suo padre che le sorrise e la prese in braccio. «Papà c’è un bradipo antipatico sul nostro albero» 

Il padre guardò verso il giardino un po’ dubbioso «Amore mio non è possibile, i bradipi non riuscirebbero a vivere qui» 

La bambina si girò verso l’albero  ma non vide nulla «Devo averlo sognato!» e pensò che aveva davvero fatto la fine di Alice.

Suo padre la mise sopra la sedia, le chiese cosa avesse detto il bradipo e lui la ascoltò attentamente ma Erica non gli raccontò che aveva confidato al bradipo le sue paure. Le tenne per sé, un po’ per vergogna e un po’ perché aveva paura di farlo rattristare. 

Passarono un paio di settimane ed Erica non vide più il bradipo, anche se ci pensava spesso. Sua madre a volte stava meglio e allora tutta la famiglia sedeva su una panca in giardino a guardare il tramonto. 

Una mattina non buona per sua madre qualcuno bussò alla porta: era l’amica di suo padre che arrivò con un pacchetto regalo in mano. Erica la salutò e poi quella signora le porse il regalo. La bambina lo aprì emozionata, era una scatola e quando tolse il coperchio si mise a ridere. «Sono i miei piedi?» 

«Eh sì! Li vuoi provare?» 

«Papà!» 

«Dimmi!» 

«Posso continuare a dondolarmi a testa in giù e sfidare i miei amici a fare la verticale? E magari guardare il tramonto a testa in giù così sembra l’alba?» 

«Sì, certo!» Suo papà sorrise 

Erica velocemente alzò le gambe e porse i monconi alla donna che le infilò i suoi primi piedi. Suo padre non l’aveva mai vista così felice mentre compiva i suoi primi passi. Abbracciò la donna che le disse che l’avrebbe fatta anche correre e saltare.

Erica spalancò la porta della stanza da letto «Mamma!». Sua madre si mise seduta sul letto, la guardò e sorrise «Se mi insegni a camminare, io ti insegno a guardare il tramonto a testa in giù, così ci sarà sempre l’alba» 

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