Lettera alla mia pazienza

Non ricordo quando ci siamo conosciute, in quale anfratto del mio passato. Sei l’unica parte di me con la quale non ho mai litigato, della quale mi sono sempre vantata. Ti porto sul petto come una medaglia al valore, come cicatrice. Il cielo mi guarda, mi insulta perché io distolgo lo sguardo per trovarti nella passeggiata che non farò, nel mar mediterraneo che vedo dalle vetrate della cucina e che in 30 anni non è mai stato brutto. Devo sempre trovarti da qualche parte, più di una volta al giorno, dentro un bicchiere di plastica riempito il giusto per poterlo reggere. Devo trovarti tra le mattonelle rosa del bagno, fredde sotto la mia guancia. Devo trovarti tra il vittimismo dilagante e il mio di vittimismo che vorrebbe urlare per riprendersi la sua rivincita. Nelle mie dita che battono sulla tastiera troppo lentamente e ancora non mi abituo. Devo trovarti nella paura perenne, nel dubbio, nei miei slanci di coraggio che si spengono, nei sensi di colpa, nelle parole che muoiono in gola soffocate dalla rabbia che devo monitorare e gestire perché sono disabile e non posso arrabbiarmi come e quando voglio, perché da sola muoio di fame e di sete, me la faccio addosso. Devo trovarti nella porta che non sbatterò, nelle scale che non scenderò di corsa per andarmi a sfogare.

Tu non sei un concetto astratto, sei dea che si fa corpo, che esiste fin quando io ti permetterò di farlo. E come in tutti i rapporti divino-umano ci alimentiamo a vicenda. Mi usi come fossi la tua puttana, mi consumi come fossi quel golfino che dopo anni ti sta ancora a pennello. Devo credere in te anche quando non sembri nei paraggi. Ci rincorriamo senza rancore perché non ho scelta, perché tu fuggi, egli fugge, voi fuggite, essi fuggono ma io, noi, non fuggiamo mai dall’odio che a volte ho la sensazione di provare verso tutto quello che un errore genetico mi ha imposto. Probabilmente tu non sei infinita per chi può permettersi di non trovare da qualche parte ancora un po’ di te.

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