Perché ridi?

«Non potrete giocare a pallone ma certo è una delle malattie meno gravi» 

Non mi guardava neanche in faccia, non mi sembrava di esserci oltre i suoi occhiali da vista con le lenti spesse, oltre il camice che sembrava due taglie più grandi. Non ho mai voluto giocare a pallone, ma certo mi sarei aspettata di poter continuare a camminare. Mi sembra ancora di sentire la sedia grigio chiaro di plastica ruvida sotto il sedere, i rumori ovattati dell’ospedale come se fosse tutto quel bianco delle pareti e delle porte ad attutirli, come se l’aria condizionata li comprimesse dentro il mio cervello. Non so se l’ho salutato, potrei non averlo fatto ma mia madre mi ha insegnato troppa educazione per potermi arrabbiare con il dottore e sfogarmi con lui per quello che ci aveva comunicato. Quindi probabilmente l’ho salutato cordialmente, avrò anche riso e poi sono lì nel corridoio e cammino a grandi falcate, senza inciampare, sbilanciarmi, come fossi un’amazzone senza cavallo. Sono lì e non sono lì, davanti tutti, la capo fila di un gruppo di umani diventati degenerativi, anche i sani. Lascio indietro mia sorella gemella che su di me vede il suo futuro perché la mia malattia è più sfrontata, invece la sua copia più timida. Noi due condivideremo per sempre lo stesso corollario genetico, quindi il bel sorriso, i grandi occhi castano scuro, la statura alta e l’errore che distrugge i nostri muscoli. Condivideremo per sempre la miopatia GNE che in quel GNE sembra nascondere uno sberleffo. 

C’è un vuoto temporale: non ricordo di essere uscita dall’ospedale, di essere salita in auto, non ricordo il tragitto Messina-Catania. Ricordo me dentro la mia macchina con la mia migliore amica che mi chiede perché cazzo rido e non so che giorno sia. Forse  il giorno della diagnosi o quello dopo. 

«Fede perché cazzo ridi?» 

“Perché sembro qui ma non sono qui, perché non ho idea di che fare, rido perché non c’è niente da ridere, ci sarebbe da piangere ma non riesco, mi poteva andare peggio e mi sentirei in colpa se mi lamentassi. Rido perché parlo con te anche se si è aperta una voragine sotto di me. Rido perché non sto ancora scivolando giù, perché dovrei disperarmi e crollare, mi merito di crollare ma il mio orgoglio mi farà implodere. Ti prego aiutami ad esplodere, non capisco perché non annaspo, perché il mio corpo lo vedo ancora anche se ho paura”. Quel giorno, qualsiasi giorno fosse, io non ho detto nulla di tutto ciò, ho solo continuato a sorridere.

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